28. September 2018 · Comments Off on Come Aprire un’Agenzia Investigativa · Categories: Lavoro

Spesso si dice che al giorno d’oggi, per poter fare successo nel settore lavorativo, sia molto importante essere originali, avere spirito d’iniziativa, forza di volontà ed anche una certa quantità di spirito di sacrificio, perché non può assolutamente valere soprattutto in questo momento la teoria del “tutto e subito”: i successi di grandi personaggi che hanno cambiato la storia nei vari settori lavorativi non sono quasi mai stati dei successi immediati ma sicuramente un percorso in continua evoluzione, in cui il sacrificio, i cambiamenti e le problematiche hanno spesso fatto da padroni.

Se vogliamo aprire un’attività, pertanto, fosse anche l’attività più antica del mondo o più conosciuta – il panettiere, il negozio di fiori, il negozio d’abbigliamento e scarpe – dobbiamo comunicare al potenziale cliente che la nostra attività ha quel qualcosa in più che manca alle altre o in cui le altre peccano: professionalità, molteplicità dei servizi offerti, risparmio, qualità, tutta una serie di fattori che se presi da soli, si possono trovare in diverse aziende, ma che tutti insieme fanno la differenza.
Un’idea forse ancora in un certo senso originale o su cui è possibile lavorare per renderla unica nel settore, è quella relativa all’agenzia investigativa, un luogo fisico entro il quale svolgere un’attività di investigazione per conto di un committente portato a “controllare” una o più persone dai più svariati motivi.

L’agenzia investigativa è, pertanto, un’attività che prevede due momenti di svolgimento del lavoro: da un lato, lo svolgimento del lavoro prettamente legato all’amministrazione, alla documentazione ed alle pratiche burocratiche – fanno parte di questo settore in particolare la registrazione dei clienti ed eventuali annotazioni ad essa collegati, l’evoluzione del lavoro, ecc. – e dall’altro, invece, il lavoro “sul campo” che prevede la presenza di un investigatore privato realmente qualificato e che abbia le competenze tali da permettere di “spiare” senza esser notati.

Se il primo tipo di lavoro può essere svolto con maggiore semplicità anche da una semplice segretaria, il secondo ruolo è molto più complesso e richiede sicuramente oltre ad una buona preparazione nel settore anche una reale predisposizione della persona a svolgere questo ruolo: si tratta, in effetti, di un lavoro che viene svolto prevalentemente all’esterno dell’ufficio stesso, e che si divide tra pedinamenti, appostamenti, ed attese. Questo rende il lavoro dell’investigatore privato interessante e coinvolgente da un lato, ma a tratti noioso, perché spesso per cogliere una situazione interessante dal punto di vista investigativo occorrono molte ore di appostamenti o addirittura mesi.

L’agenzia investigativa svolge, in sé, due tipi di servizi: il primo è commissionato direttamente da aziende ed attività – è quindi un servizio più “commerciale” – che chiedono aiuto all’investigatore privato per svariati motivi, tra cui il controllo dell’assenteismo o della lealtà e trasparenza dei soci, ma anche per screditare eventuali imprese che fanno concorrenza sleale, o per esempio per verificare eventi di spionaggio industriale, violazione o contraffazione di marchi; il secondo tipo di servizio, decisamente più privato, è invece offerto a tutti quei “privati” che vogliono accertare eventuali tradimenti o infedeltà coniugali, ma anche per la ricerca di persone scomparse, per il controllo dei minori, per prevenire intercettazioni ambientali, telefoniche o informatiche.
Resta a questo punto da chiarire come aprire un’agenzia investigativa: quali sono i passi principali per dare corpo ad una attività di questo tipo?

Prima di tutto, partiamo dai requisiti, in quanto per aprire un’agenzia di investigazioni occorre:
-laurea almeno triennale (Giurisprudenza, Psicologia ad indirizzo forense, Sociologia, Scienze Politiche, Scienze dell’investigazione, Economia ovvero corsi equiparati);
-triennio di pratica continua presso un investigatore privato autorizzato da almeno 5 anni;
-partecipazione a corsi di perfezionamento teorico-pratici in materia di investigazioni private ad indirizzo civile organizzati da Università o centri di formazione professionali riconosciuti dalle Regioni;
– Essere incensurato;
– Proporre e predisporre locali del tutto idonei al tipo di attività proposta, e che l’attività stessa non sia già presente sulla stessa zona.
Per quanto riguarda il primo criterio, è necessario possedere un titolo di studi specifico, ma al fine di non svolgere un lavoro per il quale non si è in possesso dei giusti strumenti, è importante possedere una buona esperienza acquisita anche attraverso dei corsi particolari, o formazioni universitarie mirate a far acquisire competenza nel settore.
Inoltre, va da sé che per diventare investigatore privato sia necessario possedere i requisiti morali ma anche una buona cultura generale, discrezione, curiosità, puntualità, intuito, buona dialettica, e memoria fotografica.

L’ultimo requisito, invece, lascia anche immaginare che l’investimento iniziale per avviare questo genere di attività sia direttamente proporzionale ai servizi che si vogliono offrire ai propri clienti.
Dal punto di vista burocratico, per avviare un’agenzia investigativa è importante chiedere ed ottenere l’autorizzazione del prefetto, iscriversi alla camera di commercio e versare le tasse di concessione governativa per esercitare l’attività investigativa.

14. September 2018 · Comments Off on Come Diventare un Dj · Categories: Lavoro

Una delle tante preoccupazioni che affliggono i giovani di oggi è certamente quella legata alla ricerca del lavoro: non è infatti cosa facile, soprattutto nei tempi moderni, riuscire a trovare subito il lavoro dei propri sogni, e, sempre ammesso che un giovane appena diplomato abbia le idee chiare sin da subito, giungere all’obiettivo che ci si prefigge è spesso molto difficile e richiede molti sacrifici ed una grande dedizione e passione.

In realtà la maggioranza delle volte i giovani sono poco pazienti, ed il loro principale desiderio è quello di rendersi autonomi ed indipendenti dalla famiglia, magari riuscendo a guadagnare il denaro necessario per andare a vivere da soli, o, ancora meglio, creare un proprio personale nucleo familiare.
Questo spinge sempre più spesso i giovani a scegliere le strade più brevi e più semplici, anche perché nonostante vi possa essere una seria e reale intenzione a laurearsi, spesso non si riesce comunque a trovare l’impiego per il quale si ha studiato duramente, e ciò è inevitabilmente controproducente perché crea nel giovane un forte conflitto: cercare subito un lavoro, qualsiasi esso sia, oppure studiare per migliorare il proprio bagaglio culturale e chiaramente anche le proprie possibilità di carriera?

Tra queste tipologie, poi, ne esiste anche una terza che ha preso piega negli ultimi anni e che è sempre più concreta soprattutto nelle zone del Nord Italia: si tratta infatti di quei giovani che, non appena ottenuto il diploma di scuola media superiore, e pur essendo intenzionati a proseguire gli studi nei rami più consoni alle proprie aspettative ed esigenze, decidono di far conciliare la necessità di studio e di lavoro, spesso trovando un impiego part time.
Quando poi il lavoro è soddisfacente e piace, le cose possono chiaramente andare ancora meglio: è questo il caso di mestieri poco apprezzati dai più, ma molto in voga e molto amati dai giovani proprio perché permettono di guadagnare del denaro divertendosi e facendo ciò che più piace.

Parliamo, per esempio, del lavoro di dj, prima di tutto, è bene chiarire che si tratta di un impiego che, nonostante possa sembrare a prima vista un lavoro utile a “tappare i buchi” prima di trovare qualcosa di più “serio”, spesso si può anche trasformare in un vero e proprio lavoro, che oltretutto può garantire anche una buona dose di soddisfazione, e grazie al quale è difficile annoiarsi sul “posto di lavoro”.
Ma veniamo al dunque e proviamo a rispondere alla domanda che sicuramente vi ha spinti fin qui: come diventare disc jockey?
Si tratta in realtà di un dubbio al quale non è facile rispondere se non si fanno prima di tutto delle premesse: nonostante il lavoro di dj possa infatti apparire come un impiego semplice e senza troppi intoppi, la realtà dei fatti è ben diversa, e coloro che lavorano in questo settore potranno sicuramente testimoniare che mai come in questo caso “non è tutto oro quello che luccica”.

Per diventare dj, infatti, non ci si può chiaramente dotare dell’arte dell’improvvisazione, ma è assolutamente necessaria una fase più o meno lunga di gavetta, che servirà per capire come funzionano gli strumenti e i trucchi del mestiere e che probabilmente aiuterà nella fase in cui si lavorerà realmente.
Per questo, al giorno d’oggi ci si può infatti affidare a dei corsi più o meno interessanti ed utili, che aiuteranno ad imparare i trucchi del mestiere e le nozioni basilari per svolgere questo lavoro, che, come ricorderemo, è comunque un lavoro di responsabilità che richiede molta serietà esattamente come tutti gli altri.

Oggi, grazie a questi corsi, non è più necessario affidarsi al fai da te – nonostante sia importante l’esperienza sul campo, c’è da dubitare che delle discoteche conosciute e rinomate permettano ad un giovane inesperto di farsi le ossa nel proprio contesto – o, ancora peggio, “elemosinare” ai dj più esperti le tecniche ed i segreti per diventare un disc jockey.
Chiaramente pazienza, intraprendenza e spirito d’iniziativa saranno poi utilissimi sul campo, visto che questo lavoro richiede inevitabilmente un carattere estroverso, spigliato e brillante, trattandosi ovviamente di un mestiere che porta direttamente in mezzo alla gente ed al divertimento.

28. August 2018 · Comments Off on Come Aprire Negozio di Animali · Categories: Lavoro

Chi possiede una certa affinità con gli animali e si sente quindi predisposto ad un’attività che li coinvolga personalmente, può seriamente pensare di avviare un’azienda interessante ed intrigante, che permetta di svolgere un lavoro serio ma anche molto coinvolgente.
Aprire un negozio di animali è un’attività che può generare infatti non solo un certo guadagno, ma anche diverse prospettive professionali ma che, seppur con una certa responsabilità e propensione agli affari, può essere svolta in maniera entusiasmante e che non è necessariamente stancante.

L’attività di cui stiamo parlando può rivelarsi un business appagante ma anche molto divertente specialmente se si possiede una passione innata per gli animali.

Oltretutto, si tratta fondamentalmente di un’attività anche abbastanza fortunata, perché ad oggi sono sempre di più le persone che amano gli animali e che trattano il proprio cane o il proprio gatto come un membro della famiglia. Certo, aprire un negozio di animali non significa avere a che fare solo con cani e gatti, animali domestici per eccellenza, ma anche con eventuali specie “selvatiche” o difficilmente addomesticabili (serpenti e rettili in genere), che non è detto che piacciano a tutti, perciò è importante, per far sì che la propria attività sia davvero di successo, possedere una reale passione per tutti gli animali in genere.
All’interno del negozio di animali, i clienti potranno acquistare il proprio cane, gatto, serpente o tartaruga d’acqua preferiti, ed avere tutte le garanzie del caso: per questo, dovrete proporre un servizio ottimale e che non abbia nulla a che vedere con lo sfruttamento e la cattura di animali, ma che sia in regola ed a norma di legge.
Detto questo, come aprire un negozio di animali? Quali sono in fondo le procedure per aprire un negozio simile ed eventualmente quali i consigli pratici da seguire prima di addentrarsi in questo fantastico e tanto amato mondo?
Prima di tutto, parlando dal punto di vista strettamente pratico, a parte la passione (senza la quale è sconsigliabile scegliere questo settore), è indispensabile un minimo di esperienza e di conoscenza del mondo animale. In questa situazione esistono due differenti scuole di pensiero: secondo la prima, più critica e “fiscale”, non si può avviare un’attività simile senza poter contare su di una preparazione precisa e ben strutturata; secondo altri, invece, la passione spesso fa tutto ed un minimo di formazione è ottenibile attraverso la lettura di libri, riviste, o l’ascolto di cd o la visione di documentari.

Risulta essere chiaro, insomma, che anche in questo caso non ci si può improvvisare esperti nel settore, ma bisogna avere un minimo di preparazione ed ovviamente tanta responsabilità soprattutto sotto il profilo pratico e gestionale.
Aprire un negozio di animali, infatti, non significa solo ed esclusivamente mettere in vendita dei gatti, dei cani o dei pesciolini rossi, ma anche conoscere le razze, le specie e le eventuali differenze fisiche e caratteriali, anche per seguire nel miglior modo possibile i clienti e dare loro dei consigli utili non solo in base alle loro preferenze ma anche in funzione delle loro reali esigenze. Inoltre, guidare delle persone all’adozione di un’animale, significa anche “educare” e responsabilizzare coloro che acquistano un animale, informando i clienti dell’impegno necessario per accudire e far star bene l’animale: per questo, bisognerà chiaramente dare il buon esempio trattando e curando gli animali presenti nel proprio negozio nel miglior modo possibile.

Per avere un negozio di animali completo ed a norma, occorre in sostanza:
– Possedere delle gabbie per gli animali e degli acquari per i pesci, che siano ovviamente di una misura accettabile e che vengano posizionate in maniera distanziata tra di loro. Le gabbie e gli acquari, oltre ad avere una misura accettabile in funzione della taglia dell’animale, devono anche contenere tutti i servizi accessori ed i confort, nonché essere posizionate in punti nei quali l’animale non soffra il troppo calore o le temperature fredde dell’inverno;
– Mai tenere animali di razze diverse nelle stesse gabbie, ed assicurarsi che gli animali di razze incompatibili tra di loro vengano posizionati in gabbie lontane;
– Facilitare la pulizia e la manutenzione delle gabbie con appositi strumenti.

Dal punto di vista burocratico, per avviare un negozio di animali è necessario invece presentare denuncia di inizio attività presso il comune in cui risiederà il negozio, ovviamente dopo aver ottenuto tutte le certificazioni del caso, in particolare la certificazione igienico sanitaria rilasciata dal servizio di medicina veterinaria dell’asl di competenza. Inoltre, sarà necessario aprire la partita iva e iscriversi al registro imprese alla Camera di Commercio.

14. August 2018 · Comments Off on Proporzionalità delle Sanzioni Disciplinari · Categories: Lavoro

Sia nell’impiego privato che in quello pubblico (art. 55, co.2, D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165), l’inosservanza delle disposizioni contenute negli artt. 2104 e 2105 cod. civ.(dovere di obbedienza e diligenza del prestatore di lavoro ed obbligo di fedeltà) può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari, in base alla gravità dell’infrazione.

Per entrambi i settori, infatti, vige il principio, contenuto nell’art. 2106 cod. civ., secondo cui la sanzione disciplinare deve essere proporzionale alla gravità dei fatti contestati, in relazione
sia alla scelta della sanzione irrogabile nel caso concreto;
sia alla misura della stessa tra il minimo ed il massimo possibile.

Questo, allo scopo di assicurare la congruità del provvedimento sanzionatorio rispetto alla gravità dell’inadempimento, valutato nella sua entità oggettiva e soggettiva.

Per consentire al giudice di merito l’apprezzamento circa la proporzionalità e congruità della sanzione, è pertanto necessaria una motivazione adeguata e logica che evidenzi l’applicazione di tale principio.

14. May 2018 · Comments Off on Potere Disciplinare e Sospensione Cautelare · Categories: Lavoro

La sospensione cautelare costituisce una legittima espressione del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro, volta ad assicurare lo svolgimento ordinato ed efficiente dell’attività aziendale, in pendenza dell’accertamento di possibili responsabilità disciplinari e/o penali del dipendente, per il tempo necessario all’esaurimento del procedimento in sede penale o disciplinare.
In altri termini, il datore di lavoro, prima di determinarsi ad applicare una sanzione disciplinare (e, quindi, nelle more del procedimento disciplinare), può sospendere cautelativamente il lavoratore incolpato, esercitando il proprio potere direttivo o la facoltà eventualmente contemplata dalla contrattazione collettiva (di solito prevista per addebiti così gravi da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro).
Il presupposto della sospensione cautelare, dunque, è solitamente costituito dalla commissione, da parte del lavoratore, di un illecito disciplinare.

Tuttavia, é principio consolidato che la sospensione cautelare del lavoratore non costituisce sanzione disciplinare, in quanto non integra una sanzione, ma configura una misura cautelare di carattere provvisorio, “finalizzata al soddisfacimento di esigenze datoriali o pubbliche e destinata ad esaurire i suoi effetti allorché, all’esito del procedimento disciplinare, il datore di lavoro adotti le sue determinazioni, ponendosi come mera condizione sospensiva del rapporto di lavoro”.

Sono quindi diverse le finalità assolte dallo strumento gestionale afflittivo e da quello sospensivo con finalità cautelare.
E’ poi anche possibile una sospensione cautelare del rapporto senza finalità né cautelari, né disciplinari. Si pensi all’ipotesi di sospensione disposta dal datore di lavoro in attesa dell’espletamento di accertamenti sanitari su un dipendente in prova.
Disciplina. Dalla natura non disciplinare della sospensione cautelare consegue l’inapplicabilità delle regole procedurali previste dall’art. 7 Stat. Lav.

Il datore di lavoro può ricorrere alla facoltà di sospensione cautelare come espressione del suo potere direttivo, anche qualora ciò non sia previsto dalla contrattazione collettiva. In tal caso, egli rinuncia ad avvalersi delle prestazioni del lavoratore, fermo restando l’obbligo di corrispondere la retribuzione in relazione al perdurante rapporto di lavoro.
Il datore di lavoro, infatti, “non può unilateralmente astenersi, seppur temporaneamente, dall’adempimento dei suoi obblighi derivanti dal rapporto di lavoro che consistono non solo nell’obbligo di corrispondere la retribuzione, ma anche in quello di assegnare al lavoratore le mansioni corrispondenti alla qualifica”. Così, ad esempio, il datore di lavoro, secondo la Cassazione, non può limitarsi a rifiutare la prestazione lavorativa, semplicemente allegando un’inadempienza, come, ad esempio, la situazione di incompatibilità del dipendente che tratti affari in concorrenza con il datore medesimo, violando l’obbligo di fedeltà.

Si potrebbe tuttavia ritenere che l’esonero unilaterale (seppur temporaneo) dall’adempimento dell’obbligazione retributiva (in seguito alla sospensione cautelare) può trovare giustificazione, più che nell’esercizio del potere direttivo del datore di lavoro, nelle regole che presiedono all’inadempimento contrattuale ed al meccanismo previsto dall’art. 1206 cod. civ. laddove vi sia un giustificato motivo per non dar corso alla prestazione offerta; ovvero nell’eccezione di adempimento, ai sensi dell’art. 1460 cod. civ.
E’ invece considerata lecita la sospensione cautelare dell’attività lavorativa e quella della controprestazione retributiva,se prevista dal contratto collettivo. Quest’ultimo, infatti, rappresenta la principale fonte normativa della sospensione cautelare e, solitamente, indica, in via esemplificativa, le situazioni che la legittimano.

Pertanto, con specifico riguardo alla retribuzione, si può affermare che, in via generale, l’adozione della sospensione cautelare non priva il prestatore del diritto alla retribuzione. Tuttavia, la disciplina collettiva può legittimamente prevedere la sospensione della controprestazione retributiva. Secondo la giurisprudenza, infatti, l’effetto sospensivo dell’obbligazione retributiva non è ostacolato né dall’art. 27 Cost., co. 2 (principio di non colpevolezza dell’imputato), in quanto non riguarda i riflessi attinenti alla controprestazione retributiva nell’ipotesi di mancata prestazione del dipendente oggetto di sospensione cautelare, né dall’art. 7, co. 4, Stat. Lav., che non si applica alla sospensione cautelare, poiché questa non ha natura disciplinare.

Durata. In tema di durata della sospensione cautelare, si registra un contrasto giurisprudenziale. Infatti, secondo un orientamento, la disciplina collettiva, nel regolamentare la misura sospensiva, non può disporre di un periodo di sospensione della retribuzione più ampio di quello (non superiore a 10 giorni) previsto per la sospensione disciplinare dall’art. 7, co. 4, Stat. Lav.[19]. Diversamente, in base ad un altro indirizzo, più coerente con la natura non disciplinare della sospensione cautelare, questa ultima non deve rispettare il limite massimo di durata di 10 giorni previsto per la sospensione disciplinare dalla norma statutaria.
In mancanza di una previsione contrattuale collettiva che fissi la durata massima della sospensione, la stessa è limitata al tempo occorrente per lo svolgimento del procedimento disciplinare cui accede.

Sospensione e contestazione. La sospensione cautelare non comporta un differimento della contestazione dell’addebito. Quando il datore di lavoro, in base alla previsione del contratto collettivo, disponga la sospensione cautelare dal servizio del dipendente sottoposto a procedimento penale, con differimento anche della definitiva contestazione degli addebiti ai fini del procedimento disciplinare, non vi è violazione del principio di immediatezza della contestazione stessa, dal momento che tale principio ha carattere relativo e va coordinato con le esigenze di accertamento del fatto. Anzi, si può affermare che la sospensione cautelare incide, in senso positivo (indirettamente), sulla valutazione della tempestività dell’intimazione del licenziamento disciplinare, poiché evidenzia la permanente volontà del datore di lavoro di applicare la sanzione.

Il datore di lavoro intenzionato ad irrogare un licenziamento per giusta causa, può, pertanto, inserire nella lettera di contestazione il provvedimento di sospensione cautelare dell’interessato. In tal modo, egli evita che la permanenza in azienda del lavoratore possa rappresentare un elemento contrario alla sussistenza di una giusta causa di recesso ex art. 2119 cod. civ. (la quale, come noto, non consente la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro).

Efficacia. Con riguardo agli effetti sul rapporto di lavoro, non rileva, ai fini della sospensione, la sopravvenuta malattia del lavoratore. Questa, infatti, non incide sull’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa, che è già temporaneamente sospesa, né, di conseguenza, può essere computata nel periodo di comporto. Pertanto, all’esito del periodo di sospensione cautelare, il datore di lavoro non può licenziare il lavoratore per eccessiva morbilità, calcolando nel comporto anche la malattia intercorsa durante il periodo di sospensione stesso.

L’efficacia della sospensione cautelare si esaurisce non appena sia ultimato il procedimento disciplinare. Inoltre, “ove il procedimento disciplinare si concluda in senso sfavorevole al dipendente con l’adozione della sanzione del licenziamento, la precedente sospensione dal servizio – pur strutturalmente e funzionalmente autonoma rispetto al provvedimento risolutivo del rapporto, giacché adottata in via meramente cautelare in attesa del secondo – si salda con il licenziamento, tramutandosi in definitiva interruzione del rapporto e legittima il recesso del datore di lavoro retroattivamente con perdita ‘ex tunc del diritto alle retribuzioni a far data dal momento della sospensione medesima”.

Qualora, invece, ultimato il procedimento disciplinare, non sia irrogata alcuna sanzione, il rapporto di lavoro riprende il suo corso dal momento in cui le relative obbligazioni sono rimaste sospese, con l’obbligo del datore di lavoro di corrispondere al lavoratore le retribuzioni arretrate, e salvo il risarcimento del danno, laddove sia ravvisabile la violazione di obblighi di correttezza e lealtà ovvero la lesione del diritto del lavoratore a svolgere la sua attività.